GIACOMO AMATI

24 Maggio 2018

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Italia nucleare, spesa senza fine

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MIGLIONICO. “Italia nucleare, spesa senza fine. La Sogin (Società gestione impianti nucleari – azienda dello Stato italiano) è nata nel 1999 per smantellare le centrali. Gli impianti sono ancora lì. E tutti i costi finiscono nelle nostre bollette”. “Che fine hanno fatto le quattro centrali nucleari italiane chiuse dopo il referendum del 1987? – si chiedono Stefano Agnoli e Milena Gabanelli sul Corriere della Sera del 23 maggio 2018 – Sono ancora lì. Dove sono i rifiuti radioattivi che hanno prodotto? Sono ancora lì, affidati alla Sogin per smantellare le centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano e gli impianti ex Enea. Con una caratteristica non trascurabile: tutti i costi sono coperti dalla bolletta elettrica pagata ogni bimestre dai consumatori”. Nei primi anni del 2000 alla Sogin viene affidato il compito di trovare una soluzione al problema dei rifiuti radioattivi. Costo preventivato? 4,5 miliardi di euro. Nel 2013 la previsione di spesa sale a 6,48 miliardi di euro. A oggi i costi sono lievitati a 7,25 miliardi. “Dal 2001 ad oggi 3,7 miliardi di euro sono stati pagati dagli utenti dentro la bolletta elettrica, però solo 700 milioni sono stati utilizzati per lo smaltimento. Il resto è stato speso per i costi di gestione: 1,8 miliardi per mantenere in sicurezza i siti e pagare il personale; 1,2 miliardi per il trattamento In Francia e nel Regno Unito del combustibile radioattivo”. Nell’impianto “Itrec di Trisaia (Basilicata) ci sono 64 barre di combustibile torio-uranio, che si sommano ad altri 4 metri cubi di rifiuti liquidi acidi ad alta attività contenenti uranio arricchito. I lavori in questo impianto dovevano essere conclusi nel 2023. Sogin ha spostato la scadenza al 2036. I contenitori reggeranno per altri 18 anni? Il deposito nazionale in cui far confluire i rifiuti e scorie non c’è ancora. E ogni giorno si aggiungono i rifiuti radioattivi prodotti da centri di ricerca e reparti di medicina nucleare degli ospedali. “La politica è così debole che non riesce a far capire che un deposito è ben più sicuro rispetto ai rischi a cui tutta la popolazione oggi è esposta”.

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