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SANTISSIMA TERNITA'

Il seguente testo è tratto da

Miglionico. Il territorio e la sua storia

di Piero MeleMario SpinelloNicola Mele
Editore: Il Grillo
Pubblicazione: 2008

La cappella della SantissimaTemità, bella per i suoi affreschi cinquecenteschi, è situata su uno spuntone di roccia che si eleva su un prato di proprietà degli Stancarone, i quali vi avevano tracciato un primitivo "acquedotto" attingendo l'acqua da un breve tratto sotterraneo. Il tempietto è circondato da particolari cippi di ulivo, erba santa del tipo fiorente a Metaponto e a Paestum nei perimetri dei templi della Dea Giunone, misti a mentastri selvatici, rucola, ginepro e corbezzoli. Tale cappella è testimone della differenza sociale, anche nella cultura religiosa, tra la classe dei ricchi e quella dei poveri. Infatti qui è particolarmente evidente la differenza tra la via dei "signori" o di Santa Sofia e il tratturo dei "poveri" (Leogrande M., In Lucania muore un cane, Editore Don Chisciotte, Milano 1953) che conduceva verso i campi e ricongiungeva le terre di Miglionico con i ricchi agri di Montescaglioso, resi ubertosi dai cosiddetti "poveri per voto" (i monaci benedettini). Le due "povertà", quella dei contadini e quella dei religiosi, sono rappresentate qui rispettivamente da due luoghi emblematici: la valle dei templi (oggi la Temità) e il "salto del diavolo". La cappella della SS. Temità è una piccola costruzione ricca di pregevole arredo pittorico che esprime la realtà del Nuovo Testamento: la Trinità con il Pantocratore, la Vergine in due atteggiamenti materni col bambino, uno eretto e l'altro in trono con angeli provvisti di cembali. Le devozioni sono qui rivolte ai Santi diaconi della comunità, S. Lorenzo diacono romano e San Valentino, oltre che a San Sebastiano, San Pietro apostolo e Sant'Antonio da Padova.
La tradizione popolare "povera" attribuiva ad una rinuncia, da parte di tante ragazze che non riuscivano da una Pasqua all'altra a diventare "zita" (sposa) , il taglio delle trecce che poi venivano appese sotto l'affresco di San Valentino: un antico appuntamento delle "giuliette miglionichesi". Ma non basta: anche per i chierici "poveri" (infatti ai "ricchi" non era permesso di transitare per la via dei "poveri") c'era l'abitudine di tosarsi portando poi una ciocca dei propri capelli alla Vergine in trono, segno della perseveranza nello stato ecclesiastico. Chi poi era diventata "zita" e aveva perduto il privilegio della consegna delle trecce faceva un "pellegrinaggio votivo" alla cappella sempre aperta (in quanto mancava la porta), compiendo il gesto di accecare un angelo del trono per il "zito" cieco. In tal modo si giunse persino a privare dei tesori visivi il celeste bambino e qualche santo a portata di mano. Questi riti sono poi caduti in disuso dalla seconda metà del secolo scorso. Un altro segno particolare di questa cappella è un graffito, datato 1626, in lingua spagnola ben leggibile a scrittura gotica, rivolto ad una "bela" e firmato da "un sottufficiale", probabilmente risalente al tempo dello stanziamento di un gruppo di soldati spagnoli atti a proteggere il passaggio del papa in questi luoghi. Il graffito è inciso su un'ala dell'angelo presente accanto al Pantocratore. La festa di questa cappella viene celebrata, con particolare solennità, nella domenica della SS. Trinità dagli abitanti, oggi alquanto numerosi, di quel quartiere in forte espansione. Spesso la celebrazione è presieduta dal vescovo diocesano e la festa viene animata da canti, gare, giochi; tutto ciò è necessario per attirare anche gli abitanti dal centro storico verso i nuovi e moderni quartieri. È opportuno sottolineare che tali incontri si concludono sempre "a tarallucci e vino" secondo la buona tradizione paesana.

La cappella della SS. Trinità di Gabriele Scarcia

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