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PERCHE' NAPULICCH'?

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Dal romanzo "Lungo viaggio nella Basilicata del '50" dello scrittore pugliese Vito Maurogiovanni

 

Prima tappa Miglionico, a una trentina di chilometri da Matera.

I miglionichesi, almeno quelli di un tempo, chiamavano il loro paese "Napolicchio", piccola Napoli.
Pare che un re napoletano, sollecitato da un cittadino buontempone che sognava di avere il nome di una capitale per il suo piccolo paese, avesse chiesto una tale grazia al suo re. E il re, ancora piu' buontempone, concesse cotanta grazia. Naturalmente questa leggenda l'aveva raccontata Vincenzo, nei suoi incontri serali nella casa del direttore allorchè tentava, con fatti e fatterelli, di riempire le vuote serate. Anche perchè lui era nato in quel di Miglionico.

Vito Maurogiovanni (Fonte: www.vitomaurogiovanni.it)L'ufficio dei telefoni occupava un piccolo, piccolissimo stanzino del grande Castello. Nel quale erano allogati gli uffici comunali, qualche abitazione, le aule di una scuola elementare e chissà che altro.
Il locale telefonico era nella parte esterna del maniero, in un luogo dal quale si spaziava su colli e colline, sui monti lontani e sulle vaste vallate che si estendevano lungo il Bradano.
Uno spazio infinito che contrastava con i pochi metri dello stanzino soffocati dal centralino, dal bancone, da una valanga di elenchi telefonici, dall'aria che sapeva di umido e di chiuso.
Appoggiato all'ingresso , c'era un ragazzo alto, robusto, i capelli crespi il quale s'affrettò ad avvicinarsi al trabiccolo che veniva da Matera.
"L'avevo capito, io, che voi siete il nuovo direttore. E vedete, direttò? Qua siamo conciati male. Io faccio servizio fuori. Non si può stare in questa topaia: entro solo quando squilla la suoneria. Per rispondere alle chiamate. E quando fa brutto tempo. Per il resto della giornata, sto - in linea di massima - fuori."

Fuori dell'ufficio, c'era una sedia ben ficcata nel terreno, una pila di riviste e di fumetti, un panchetto con altri giornali e una bottiglia d'acqua.

Il ragazzo non era il titolare dell'ufficio, era solo il figlio della responsabile dell'appalto. La quale accorse subito, grossa, affannata, tutta sudata.

"Oh,signor direttore - s'affrettò a dire tutta premurosa - non sapevo che sareste venuto oggi. Vi avrei aspettato, per farvi gli onori di casa. Oggi non è giornata di grande traffico. Le giornate piene sono il sabato e il lunedì. Negli altri giorni, chissà perchè, la gente non telefona. Oggi poi è un giorno morto. Me ne stavo perciò tranquilla a casa. A cucinare.
In realtà la signora era un'ostetrica, anche se non era in in piena attività di servizio.
Era un po' avanti con gli anni, ammalata di cuore e veniva dalla Campania.
" Sto da tanti anni da queste parti,direttore mio"- diceva intanto asciugandosi il sudore.
"Questo è un paese d'emigrazione, se ne vanno tutti. Assisto solo qualche contadina. Adesso c'è l'abitudine di andare a sgravare in ospedale. Non è che lì, a Matera, i medici siano una cima.Ma che volete? In casa, non si figlia più. E allora mi fa bene tenere questo appalto. Dal quale, direttore mio, non si guadagna proprio niente, niente proprio".
La donna, sul cui viso si leggevano ancora le tracce di una bellezza antica, aveva una parlata facile e cordiale e naturalmente l'arricchiva raccontando tutti i fatti che le piaceva far conoscere.
" Sono vedova, direttore mio, ho ancora delle ragazze piccole. Belle ragazze. E anche questo giovane - lo vedete? - sta sempre al centralino. E che dobbiamo fare? dobbiamo vivere. Neh, direttò, che lo prendete un caffè?"

Era entrata già nel bugigattolo e la sua voce arrivava sempre chiara e alta.
"Direttò. ma come vi trovate nell'agenzia? Bene,no? Certo, voi venite dalla città. E la signora vostra, come si trova a Matera? Neh, che bellezza:vi siete sposati da poco. E che? avete intenzione di comprare un bambino,neh? "

Senza lasciare all'interlocutore la benchè minima possibilità di una risposta, aggiungeva:" Qua, vedete, non arrivano telefonate;ma voi lo sapete bene, non possiamo abbandonare il centralino. Dev'essere sempre presidiato. Vedete il mio ragazzo? Non lascia nai l'ufficio. Mai! Perciò voi, direttò, dovete pensare a un aumento. La vita costa. Non si può andare avanti. E voi siete una grande società, e dovete pensare un po' a noi".

E, all'improvviso, uscì con una guantiera d'argento sulla quale spiccavano una monumentale caffettiera, tre tazze marrone con tre piattini bianchi, la zuccheriera e tre splendidi cucchiaini d'argento.
Anche qui,il grande rito del caffè...


Giovanni ,dunque, capitò a Miglionico, dove un bugigattolo era l'ufficio telefonico, ,un monolocale nel quale faceva fatica ad entrare una sola persona.
Eppure la signora, ostetrica, appaltatrice, aveva fatto il miracolo di tirar fuori, come da un nero cilindro, quegli aggeggi di pregio che erano le tazze e tutto il resto del servizio da caffè. Chissà, in quei pochi metri quadrati dovevano esserci misteriosi antri, angoli nascosti, sotterranei nei quali la signora avrebbe potuto custodire reconditi tesori, o anche i mariti delle sue puerpere.
Vincenzo, l'operaio-autista, gli aveva raccontato una volta che a Matera si favoleggiava che una vecchia ostetrica, brutta , piccola e grossa, nel mentre assisteva le sue pazienti non disdegnava di far bisboccia con tutti gli uomini della famiglia in attesa del lieto evento. No,no era un riferimento greve; non aveva niente a che a fare con quella buona signora che intanto domandava , gentilissima:" E' buono questo caffè, direttò?".

La risposta se la dava lei stessa:" E' buono, è buono. Buonissimo".

E incalzava: "Certo, il vero caffè , per essere davvero eccellente, ha bisogno dell'acqua, dell'acqua campana, della mia terra. Ma qui siamo in Basilicata. L'acqua, sì, è buona; ma non è quella della Campania che ha il fuoco del Vesuvio. Vero, direttò?"

E, senza dar tempo a Giovanni di una risposta anche convenzionale, continuava,senza prender fiato:" Neh, direttò, voi un favore ce lo dovete fare. Ci dovete dare un aumento: vedete questo ragazzo mio? tutto il santo giorno sta qui crocifissato. Sotto l'acqua, il sole, il vento. Facciamo tanti sacrifici noi per la società dei telefoni. E la società non puo' assumere, nella vostra agenzia, una delle mie figlie? Magari la piu' grande. E' studentessa, va benissimo a scuola. La prima della classe. Neh, volete un'altra tazza di caffè ?"

Il ragazzo aveva ripreso a leggere i suoi fumetti, la sedia ben radicata nel terreno, il sole che brillava sui capelli crespi, la vallata pigra ai piedi del paesino per il quale i suoi abitanti avevano chiesto, al potente re d'un tempo, d'essere appellata Napolicchio.
A simiglianza della capitale, potente e distante giorni e giorni di cavallo.
E brillava il sole splendido, anche sul viso stanco e sudato della campana, ostetrica, appaltatrice, un po'ammalata di cuore. E vedova, fiduciosa che una delle sue figliole, magari l'ultima, bravissima a scuola, potesse destare l'interesse della potente società dei telefoni.

Quando il vecchio 508 fu lanciato nella discesa dopo il paese, l'autista-operaio spense il motore, mise a folle la marcia e lasciò - le mani ben vigili sul volante - che il veicolo se ne andasse dolcemente verso il piano.

In quella maniera avrebbe risparmiato un po' di benzina e sul "diario macchina" sarebbe stata messa in risalto quell'economia.

Al nuovo assunto, un vecchio operaio s'era dato cura di spiegare che gli uffici amministrativi della società avevano gli occhi ben aperti sui controlli dei carburanti; ed erano ben visti quegli autisti che facevano risparmiare qualche litro di benzina. C'era ad ogni modo da stabilire una "media" di consumo; e una "buona" media esigeva opportuni espedienti.Di qui,il motore spento in discesa.

"Ma stai attento", gli aveva suggerito un altro dipendente. devi controllare bene il veicolo. Sta' attento... Ti puo' capitare un incidente e se la macchina si distrugge? Allora sì che sono cavoli amari..."
Il giovane era così teso con i nervi a fior di pelle da poterglieli quasi vedere stampati sul viso: e se il motore era spento, tutta l'attenzione era al volante e a tutto il vecchio veicolo. Oh,non doveva perdere il controllo.

Aveva tanto penato per quel posto,e quante speranze per l'ex barbiere. Ora, una piccola disattenzione e tutto andava all'aria. Lui doveva sposarsi, lui. E ,pur tenendo ben strette le mani sul volante,tentò con le dita di accennare a un bel segno di corna.
Per esorcizzare tutto quello che gli sarebbe potuto andare contro; e propiziarsi anche i fatti non sempre favorevoli alla povera gente..."

Created by Antonio Labriola - 10 Luglio 1999 - Via Francesco Conte, 9  -  75100 Matera - Tel. 0835 310375